sabato 17 maggio 2008

STALIN e "L'AFFARE" di LENINGRADO

Il cavaliere d'inverno è ambientato in Russia durante la Seconda Guerra Mondiale.
La guerra è un elemento importante in tutti e tre i libri di Paullina Simons, certo non vengono descritte battaglie o combattimenti nello specifico (se non in alcuni casi sporadici) ma sono gli eventi della guerra che scandiscono il tempo della storia.
I bombardamenti, l'assedio, gli attacchi alle ferrovie, la tregua...tutta la storia di Tania e Shura si basa sulla guerra, fin dal loro primo incontro (Tatiana uscì a comprare i viveri dopo l'annuncio trasmesso alla radio dell'inizio della guerra)

E allora perché non ripercorrere alcuni eventi storici insieme per cercare ancora meglio di capire la sofferenza dei protagonisti...

La guerra tra propaganda di regime e realtà

Nel 1939 i ministri degli esteri della Germania e dell'Unione Sovietica, Ribbentrop e Molotov, firmarono un patto di non aggressione reciproca che avrebbe dovuto rassicurare entrambi i paesi sulla sicurezza dei propri confini minacciati dagli espansionismi tedesco e sovietico. Il patto in realtà nascondeva, nemmeno troppo velatamente, una prima spartizione dell'Europa Orientale tra Hitler e Stalin, che procedettero in quel modo all'annessione e alla suddivisione di Polonia e Paesi Baltici.
In URSS la fine degli anni Trenta era stata segnata dal terrore staliniano (eliminazione dei cosiddetti nemici del popolo) e da una contemporanea euforia relativa a una realtà puramente virtuale fatta di felicità, abbondanza, gioia di vivere proclamata dall'alto e trasmessa ai cittadini tramite un'accurata campagna ideologico-propagandistica. La sicurezza dei confini, la preparazione militare, la prontezza a difendere il territorio patrio in caso di aggressione nemica venivano quotidianamente ribadite da canzoni, film, letteratura, manifesti di propaganda. La realtà era ben diversa in quanto, proprio a causa delle purghe staliniane, anche l'esercito era stato pesantemente mutilato da condanne, fucilazioni, deportazioni, soprattutto ai suoi vertici.
Quando nel giugno 1941 la Germania attaccò l'Unione Sovietica, l'armata rossa era decapitata e praticamente senza vertici dirigenziali. Stalin, secondo un suo costume ricorrente, alla notizia dell'invasione nazista si rifugiò in Dacia e impiegò due intere settimane a recuperare forze ed equilibrio e a prendere la parola per indirizzare un messaggio radiofonico al popolo sovietico. Lo fece il 3 luglio 1941 con un discorso passato alla storia come "Fratelli e sorelle". Abbandonando, o riducendo considerevolmente, i toni retorici e trionfalistici, scendendo dal piedistallo su cui per tutti gli anni Trenta si era posizionato, con voce insicura e tremante si rivolse ai cittadini sovietici chiamandoli "fratelli e sorelle", rievocando addirittura accenti religiosi ortodossi e con un esplicito rimando alla tradizione contadina della vecchia Russia. Aggiunse: "Sono io che mi rivolgo a voi, amici miei". L'effetto fu grandioso. La popolazione, lontana dal cogliere insicurezze o punti deboli, rispose con dedizione, entusiasmo, commozione partecipe e assoluta. Lo slogan che avrebbe risuonato per tutti gli anni di guerra fu: "per la patria e per Stalin".
Una delle prime e maggiori pecche dell'organizzazione strategica sovietica fu la mancata evacuazione della città di Leningrado, che cadde sotto l'assedio dei nazisti nel 1941 e vi rimase per 900 giorni. L'epopea della difesa della città da parte dei cittadini è ancora oggi da sviscerare e analizzare a fondo. Leggende relative all'intenzione dei sovietici di distruggere Leningrado nel caso l'assedio tedesco fosse risultato vincitore, l'isolamento dalla "grande terra" (il resto del territorio del paese), il progressivo sviluppo di un senso di patriottismo interno alla città che avrebbe combattuto in nome della sua eccentricità storica e connaturata e non "per la patria e per Stalin" segnarono certamente il dopo guerra e sono ancora oggi oggetto di studio e discussione.
La poetessa Olga Bergholtz scrisse nel suo diario segreto nel settembre 1941:
"La cosa più giusta sarebbe uccidersi. Perché tutt'intorno non c'è che vergogna… Vergogna in ogni particolare. Nelle periferie non c'è possibilità di ripararsi dalle bombe, da nessuna parte. E questo lo chiamano "esseri pronti alla guerra".Ma Olga Bergholtz mantenne per tutta la durata dell'assedio una posizione civile di intellettuale responsabile e condusse le trasmissioni a radio Leningrado infondendo fiducia, forza e coraggio in tutti gli ascoltatori.
L'eroismo dei leningradesi viene oggi sempre più spesso letto come sacrificio o martirio, consapevolmente voluto dai responsabili dell'organizzazione bellica sovietica. Indiscutibile fu lo spirito di immolazione, tanto diverso dal trionfalismo vuoto e retorico degli anni precedenti, con cui gli abitanti della città resistettero all'incalzare dei nazisti. Ad assedio terminato e guerra vinta, l'eroismo di Leningrado venne formalmente riconosciuto, la città fu decorata con il titolo di città eroe, ma partì una nuova epopea passata alla storia come "caso leningradese".
A Stalin la città sul Baltico non era mai piaciuta, troppo europeizzante, scarsamente russa, "recente" (fondata solo nel 1703), eccentrica a tutti gli effetti rispetto all'affidabile e vecchia Mosca, a cui il potere sovietico aveva restituito il titolo di capitale nel 1918 dopo l'usurpazione compiuta da Pietroburgo (Leningrado) nel 1715. Il dopo guerra fu segnato da una serie di fatti che tesero a mettere in ombra l'eroica resistenza leningradese: il museo dell'assedio fu chiuso nel 1949, i documenti confiscati, il direttore arrestato, i quadri politici di Leningrado subirono pesanti attacchi e rimozioni, la stessa poetessa Anna Achmatova, musa dell'assedio, fu attaccata e condannata pesantemente da Ždanov, il patriottismo della città fu condannato, colpevole di aver testimoniato gli errori tattici e politici compiuti dal governo. Stalin dovette capire che la vittoria era stata una vittoria di Pirro: insicuro e paranoico più che mai rifiutò di scendere sulla piazza Rossa per aprire la parata della vittoria nel maggio del 1945, non proclamò la festa della vittoria (che sarebbe stata istituita solo da Brežnev nel 1965), mancò persino la tradizionale e scontata canzone celebrativa, che pure fu composta e diffusa soltanto venti anni più tardi. Ripartì la costruzione della realtà virtuale, detta "laccatura" della realtà, che sarebbe stata parzialmente interrotta soltanto nel 1956 dal rapporto segreto di Chrušcëv al XX Congresso del PCUS e dalla conseguente, nonché traumatica, destalinizzazione.

6 commenti:

Anonimo ha detto...

good start

Anonimo ha detto...

molto intiresno, grazie

Anonimo ha detto...

quello che stavo cercando, grazie

Anonimo ha detto...

imparato molto

Anonimo ha detto...

è molto molto interessante , ma io vorrei sapere un po' di più di questo "affare leningrado" credi sia possibile? su intenet non trovo nulla.
grazie!

Anonimo ha detto...

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